Risarcimento danni da reato: estinzione anche se c’è rifiuto

Risarcimento danni da reato: estinzione anche se c’è rifiuto

Risarcimento danni da reato come fare

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Risarcimento danni da reato. 

Quello del risarcimento del danno da reato rappresenta un tema particolarmente delicato che riguarda la possibilità di ottenere una sentenza che dichiari l’estinzione del reato anche senza che la persona offesa abbia rimesso la querela, bensì sulla sola scorta dell’avvenuta riparazione del danno causato dal reato. 

Ciò è quanto prevede l’art. 162 bis Codice penale, che titola proprio “Estinzione del reato per condotte riparatorie” e recita al primo comma: “Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.

Il medesimo articolo al comma secondo prosegue individuando gli esiti in caso di effettiva riparazione del danno da parte dell’imputato ed, infatti, dispone che: “Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie.

Le condotte riparatorie non possono essere utilizzate in caso di contestazione del reato di atti persecutori disciplinato dall’art. 612 bis Codice penale

Come visto la norma pone l’accento sull’audizione della persona offesa nell’ambito del risarcimento danno da reato, ai fini di poter addivenire alla dichiarazione di estinzione del reato. 

Cosa accade se la persona offesa rifiuta il risarcimento?

La Cassazione affronta il tema con la recente Sentenza n. 13546/2024, pronunciata dalla Sezione II Penale, partendo dal caso concreto. 

Si tratta di un procedimento per oltraggio a pubblico ufficiale, reato previsto dall’art. 341 bis c.p., che vede quali persone offese due agenti della Polizia di Roma Capitale.

La difesa dell’imputato nel procedimento dà atto di aver dapprima contattato il Comando del Corpo della Polizia Locale per la formalizzazione delle scuse e successivamente di aver promosso una offerta risarcitoria agli agenti i quali però rifiutavano avendola ritenuta esigua.

E’ evidente che l’assenso da parte della persona offesa rimuoverebbe ogni dubbio circa la possibilità di ottenere un parere positivo da parte del Giudice ai fini dell’estinzione del reato. 

Ma non è infrequente che la persona offesa rifiuti la proposta risarcitoria, ritenendola esigua, ovvero non sufficiente a sanare il danno subito, ovvero al solo (nemmeno troppo) celato scopo di addivenire alla condanna dell’imputato. 

Qual è allora la strada percorribile per formalizzare, comunque, l’offerta e così poterla sottoporre alla valutazione di congruità del Giudice pur se non accettata e riscossa dalla persona offesa? In altre parole, come può aggirarsi l’ostacolo del rifiuto opposto dalla persona offesa e rimettere ogni decisione al Giudice così che valuti esso solo la congruità dell’offerta?

La Cassazione con la Sentenza succitata stabilisce che la somma di danaro, proposta dall’imputato come risarcimento del danno, deve essere offerta alla parte lesa in modo da consentire alla medesima di conseguirne la disponibilità concretamente e senza condizioni di sorta.

Prosegue la Corte che tale risultato può ottenersi solo nelle forme previste dalla normativa civilistica dedicata all’offerta reale

Ed infatti, proprio l’offerta reale è l’istituto che consente di porre in essere una azione equipollente a quella della dazione diretta della somma e crearne quella concreta disponibilità richiesta dalla Cassazione. 

Dunque è l’effettività dell’offerta o meglio delle riparazioni, ovvero la reale volontà risarcitoria dell’imputato che rende la proposta medesima valutabile dal Giudice penale, ai fini della estinzione del reato (cfr. Cass., Sez. 5, n. 21517 dell’08/02/2018; Cass., Sez. 3, n. 11573 del 29/01/2018; Cass., Sez. 1, n. 7693 del 15/11/2023). 

Come promuovere l’offerta reale?

L’art. 1209 Codice civile disciplina l’istituto dell’offerta reale e prevede che: “Se l’obbligazione ha per oggetto danaro, titoli di credito ovvero cose mobili da consegnare al domicilio del creditore, l’offerta deve essere reale.

Il Pubblico ufficiale tramite il quale si promuove l’offerta reale porta con sé i beni da offrire, ovvero la somma di denaro, per tornare al caso concreto, e se la persona offesa accetta si redige apposito verbale. 

In caso di rifiuto opposto da parte del creditore, per addivenire alla liberazione del debitore, ossia dell’imputato, salva la valutazione di congruità dell’importo risarcitorio offerto svolta dal Giudice penale, il perfezionamento dell’offerta reale corrisponde al momento del deposito della somma risarcitoria presso la Cassa depositi e prestiti o presso un istituto bancario.

Ci sono alternative all’offerta reale?

Ci sono modalità più semplici e veloci esperibili in alternativa a quella rappresentata dall’offerta reale, questa la domanda che spesso ci si pone stante la complessità della procedura esaminata. 

La Corte d’Appello di Venezia con la Sentenza n. 4973/2023 (ud. 04.12.2023 – dep. 12.01.2024) Sezione III penale, è stata chiamata ad esprimersi sulla possibilità di sostituire allo strumento dell’offerta reale quello dell’invio del vaglia postale, ove dell’emissione di quest’ultimo l’imputato avesse dato comunicazione formale, tramite raccomandata, alla persona offesa. Ciò pur in mancanza della prova dell’avvenuta riscossione o meno del vaglia da parte della persona offesa. 

La Corte ha risposto affermativamente rifacendosi al dato letterale contenuto nell’art. 162 bis c.p. che nell’individuare l’offerta reale quale idoneo strumento per addivenire rinvia agli artt. 1208 e ss. c.c.

Ed invero, tra gli articoli citati del Codice civile vi è anche l’art. 1214 c.c., che si riferisce all’offerta nelle forme d’uso.

Rientra secondo la Corte tra le forme d’uso l’offerta mediante vaglia postale, della cui emissione sia data notizia alla vittima a mezzo raccomandata o PEC.

Ciò in quanto il vaglia postale presuppone il versamento della somma portata dal titolo, a conferma sia del requisito dell’effettività dell’offerta, che della volontà del debitore-imputato.

In relazione al requisito della certezza sulla conoscenza dell’offerta basti effettuare una comunicazione tracciabile, quale è una raccomandata o una PEC, alla persona offesa.

In tale quadro risulta dunque irrilevante la mancata riscossione del vaglia postale da parte della persona offesa.

Questa la conclusione cui giunge la Corte di merito, sulla scorta delle precedenti pronunce della Cassazione. Una conclusione che è certamente utile ai fini di rendere più snella la procedura prevista in ambito penale dall’art. 162 ter e, dunque, l’eventuale estinzione del reato per esito positivo della condotta riparatoria realizzata.

Occorrerà ora monitorare ulteriori pronunce dei Giudici penali. 

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