Reato maltrattamenti in famiglia aggravato se c’è un neonato

Reato maltrattamenti in famiglia aggravato se c’è un neonato

Diritto di famiglia e tutela della persona

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Reato maltrattamenti in famiglia

Il reato conosciuto comunemente col nome di “maltrattamenti in famiglia” è disciplinato dall’art. 572 c.p., sotto la rubrica “Maltrattamenti contro familiari o conviventi“. 

Tale norma statuisce che “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte” è soggetto alla pena della reclusione da tre a sette anni. 

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, o con uso di armi (art. 572 c. 2 c.p.). 

Ed ancora, l’art. 572 c.p. nell’ultimo comma prevede che il minore di diciotto anni che assiste ai maltrattamenti sia esso stesso persona offesa dal reato

La norma incriminatrice, ossia l’art 572 cp, prevede dunque al secondo comma che il reato di maltrattamenti in famiglia debba ritersi aggravato nei casi in cui ai fatti assista un minore

Ma la domanda che ci si può porre è la seguente: per vedersi contestare l’aggravante è necessario che il minore che assiste ai fatti sia capace di discernimento, ossia di comprendere il contesto ambientale e le condotte maltrattanti o è sufficiente la sola presenza?

Sul tema è intervenuta la Cassazione in più occasioni e da ultimo con la Sentenza n. 47121 del 2023 

riguardante il caso di maltrattamenti subiti dalla mamma in presenza del minore neonato.

Il reato di maltrattamenti in presenza di un minore: c.d. maltrattamenti assistiti

La Corte di Cassazione nella Sentenza appena indicata è chiamata ad esprimersi sull’applicabilità dell’aggravante prevista in caso di commissione dei maltrattamenti in presenza di un minore ed, in particolare, di un neonato tenuto conto dell’evidente assenza di capacità di discernimento

Il motivo principale del ricorso per cassazione sviluppato dalla difesa dell’imputato che in nei gradi di merito aveva ricevuto la condanna per maltrattamenti in famiglia nella forma aggravata segnalava proprio l’esistenza di pronunce della Cassazione in virtù delle quali siffatta aggravante si sarebbe dovuta escludere. 

La Corte di Cassazione effettua un approfondimento del tema, prima di giungere a soluzione, guardando al dato letterale offerto dalla legge, ma anche a quello teorico sistematico. 

I giudici rilevano prima di tutto come la norma incriminatrice non faccia alcuna differenziazione  tra minore in grado o meno di comprendere i fatti cui assiste. 

Evidentemente, la scelta del legislatore è stata quella di trincerare la tutela entro confini non sindacabili in via concreta, ossia non definibili mediante l’intervento valutativo del caso concreto.

L’offensività valutata “in astratto” del reato, deriva dal convincimento del legislatore dell’alta probabilità che assistere a fatti di tal fatta possa essere comunque dannoso per un minore.

La conseguenza è quella dell’applicazione della aggravante senza possibilità di effettuare letture correttive della norma volte a delimitare l’età del minore.

La Cassazione sottolinea peraltro come anche la Corte costituzionale in numerose pronunce abbia ritenuto legittima dal punto di vista della conformità a costituzione la formulazione di una norma incriminatrice che, come quella in parola, prevedesse in astratto l’offensività del reato, purché fondata su una razionale valutazione dell’alto pericolo di danno insito nel compimento dei fatti incriminati (ex multis, Corte cost. sent. n. 139 del 2023; nn. 211 del 2022, 141 del 2019).

Nei casi di maltrattamenti evidente è l’alto rischio di recare un danno al minore che assista a comportamenti violenti, proprio per la tipica potenzialità lesiva che li contraddistingue. 

Diversamente, ciò che il Giudice chiamato a decidere può valutare nel caso concreto è se ricorrono i contenuti minimi dei maltrattamenti c.d. assistiti, ossia della fattispecie aggravata. 

In tal senso, allora, sgomberato dal campo di indagine la questione relativa all’età del minore, di per sé irrilevante, l’indagine per valutare nel concreto se sussistono i presupposti per l’applicazione dell’aggravante riguarda la condotta del “fare assistere” ai maltrattamenti.

Viene dunque in gioco la valutazione concreta da parte del giudice con riguardo al numero, alla gravità e ricorrenza degli episodi cui il minore assistite, tali da comprometterne il sano sviluppo psicofisico

Questo il principio di diritto cui la Corte di Cassazione chiamata a giudicare il caso di maltrattamenti subiti dalla moglie per mano del marito, in presenza del figlio minore, neonato, si è ispirata, anche prendendo le distanze da precedenti pronunce di segno opposto. 

Il caso dei “maltrattamenti assistiti” da un neonato

Per la Cassazione non vi è motivo di dubitare del pericolo di danno indotto dalla visione di comportamenti violenti, quali urla, conduzione della madre sin fuori casa impedendone il rientro, anche in bambini di tenerissima età. 

L’impatto di tali episodi di violenza domestica sullo sviluppo neurobiologico appare particolarmente offensivo, nelle prime fasi di vita in particolare. Trattasi infatti di un periodo caratterizzato dalla impossibilità del neonato di rielaborare le immagini e le percezioni cui sono passivamente sottoposti. 

La Cassazione nella Sentenza n. 47121 del 2023 in commento sulla scorta della ricognizione normativa e sistematica effettuata giunge quindi alla conclusione di confermare la condanna del padre per il reato di maltrattamenti subiti dalla madre, aggravato dalla presenza di un minore, seppur neonato, figlio della coppia.

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